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SPECIALE 50 ANNI DI “TERRA E VITA”. Il convegno e gli interventi
Nella collaborazione la ricetta per il successo delle imprese agroalimentari
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Assieme ai bilanci, le ricette per il futuro dell’agricoltura di qui a cinque anni, non di più. E le strategie per rimbalzare oltre quella crisi che «fra due anni sarà finita» azzarda Angelo Frascarelli. Il professore di Economia e politica agraria, l’esperto numero uno di Pac, in occasione del compleanno di Terra e Vita veste i panni del moderatore. Pacato, ma implacabile affonda il coltello nei punti dolenti e critici della filiera made in Italy.
Le scelte dell’imprenditore agricolo sono “eterodirette” dalla grande distribuzione? Vincenzo Tassinari presidente di Coop Italia, la più grande catena distributiva italiana, preferisce «parlare di partnership. Collaboriamo con i migliori produttori italiani che hanno visione del mercato e capiscono anche le esigenze della distribuzione che è direttamente in trincea con il consumatore. Da queste sinergie nasce una strategia vincente, un valore in più per l’economia del nostro paese».
Una collaborazione con l’impresa agricola che spesso confligge sui prezzi nota Frascarelli…
Tema critico ammette Tassinari: «Quante volte noi distributori siamo stati descritti come gli strozzatori della produzione, i predatori dell’industria? Ma vediamo i dati: in questi ultimi mesi i nostri consumi tengono a livello di quantità, ma c’è una deflazione devastante sui prezzi di certi prodotti agricoli (45%). Di sicuro non mi diverto a vendere a prezzi più bassi dell’anno scorso mentre i costi delle nostre imprese distributive non sono certo in calo».
Tassinari individua le cause: sovrapproduzione agricola (circa un 20% in più in questi ultimi anni) e calo dei consumi (sempre meno ortofrutta e carne sulle tavole italiane). «Contemporaneamente è in atto una forte polarizzazione della spesa: accanto al consumatore che cerca la convenienza c’è, all’opposto, quello a caccia di gratificazioni, di prodotti di alta gamma e in questo caso l’offerta non va pauperizzata». Dunque la terapia parte da «un’offerta indirizzata bene. Al diminuito potere acquisito si risponde con prezzi più convenienti. Il problema dei costi potrebbe essere recuperato migliorando l’efficienza lungo la filiera agricoltura-industria-distribuzione».
E poi «da uomo di impresa dico che la prima voce dei nostri bilanci è data dalle vendite: come facciamo a promuovere il consumo di un’alimentazione sana? Attraverso la produzione italiana che il consumatore vuole al 90%».
Torna sull’efficienza anche Daniele Rossi, direttore generale di Federalimentare. Su 120 miliardi di fatturato dell’industria agroalimentare, il 70% appartiene ancora ai consumi tradizionali (pasta, vino, olio ecc). Un 70% dunque saldamente legato all’agricoltura che «dà garanzia, ma non dà più soldi. Questo è il problema e per questo dobbiamo cambiare perché non guadagniamo né noi né loro. Ci ritroviamo con un consumatore che vuole un prodotto tradizionale, di qualità, filiera corta, immediatezza, naturalità, ma mancano i soldi per farlo cioè per remunerare la parte agricola e quella industriale».
Il problema è anche l’individualismo incalza Frascarelli. Non c’è collaborazione. «Il problema è investire su ricerca, innovazione e tecnologie ribatte Rossi. Accorciare le filiere non è solo portare il carrettino sotto casa; è anche gestire le filiere in modo efficiente. Spezzo anche una lancia sugli ogm: perché non li affrontiamo con meno pregiudizi? basterebbe poco per dare maggiore slancio al paese».
È ironico Mauro Tonello, imprenditore agricolo ferrarese: «sinora la filiera è stata raccontata, mai vissuta. Ognuno si arresta, si ferma, alla propria funzione: la gdo italiana è in competizione con quella straniera e dice ‘ho i miei costi’; l’industria ribadisce che è tirata per il collo perché compete con il mondo intero; sembra che l’unico soggetto privo di costi fissi sia il mondo agricolo!». Intanto le aziende agricole chiudono. E se anche facessimo un bell’accordo con la gdo italiana, cosa farebbero le altre catene distributive? Quando programmano per mesi di fila vendite sotto costo dei nostri beni alimentari di quale autonomia stiamo parlando?»
Tassinari non si tira indietro: «Sono disponibile a sedermi attorno a un tavolo per definire la giusta compensazione al lavoro degli agricoltori, ma l’accordo dev’essere di sistema: assieme ai pochi distributori italiani, devono esserci anche tedeschi e francesi».
Ma possiamo almento tracciare un identikit dell’imprenditore e delle strategie che portano al successo? Frascarelli propone l’alternativa fra due modelli, omologazione (a tutti i livelli dall’impresa agricola a quella distributiva) o diversificazione.
«L’unico modello per un’impresa che vuole avere successo è il mercato. É la differenziazione delle produzioni (pagate dal consumatore) e quindi del rischio, delle fonti di reddito e dei mercati» ribatte Mario Guidi, imprenditore agricolo.
La complessità della società (bisogni e consumi stratificati) diventa quindi «un’opportunità per l’agricoltura che può fornire una gamma di produzioni che prima non poteva generare, dalle commodity ai prodotti differenziati».
Eppure il futuro è complicato da un problema che ossessiona i produttori, incalza Fracarelli, soprattutto in Valle Padana: i fortissimi vincoli ambientali «sappiamo che l’agricoltura è anche ambiente e va bene. Non mi preoccupa l’applicazione della direttiva nitrati che crea vincoli e aumenta i costi di produzione senza generare un premium prica. Mi preoccupa invece la paura degli agricoltori nei confronti delle istituzioni: questo è male. Stiamo generando una spirale negativa nei confronti delle aziende agricole. Confido in un maggior equilibrio futuro su questi temi».
Redazione Edagricole
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