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Salone Bioenergy: L’impianto a biogas del futuro crede nell’innovazione tecnologica
Al convegno, organizzato da Terra e Vita, le nuove sfide della multifunzionalità
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Trovare il giusto equilibrio tra l’uso di superficie agricola e la dimensione degli impianti è la sfida dei prossimi anni per chi produce energia da biogas, perché solo così sarà possibile mantenere la redditività per l’agricoltore senza andare ad erodere la produzione agricola destinata al food.
Ne è convinto Alessandro Arioli dell’Università del Piemonte Orientale, che intervenendo al convegno “Biogas: come sarà l’impianto del futuro” organizzato da Terra e Vita al salone Bioenergy di Verona di inizio maggio, ha posto l’accento sulla necessità di sviluppare tecnologie agronomiche innovative in grado di aumentare la produzione di biomasse e le performance del digestore.
«Attualmente stiamo studiando diverse pratiche innovative – ha proseguito Arioli parlando a un folto e attentissimo pubblico di allevatori e agricoltori, tecnici e professionisti –. La pacciamatura biodegradabile del mais è una tecnica rivoluzionaria, totalmente meccanizzata, che prevede di stendere sul terreno insieme al seme di mais un telo sottile di plastica trasparente di amido di mais, biodegradabile al 100% e che consente di utilizzare l’umidità del terreno, attirandola negli orizzonti superiori del suolo dove le radici della pianta la possono utilizzare (foto 1-3). Ciò permette di anticipare la semina a febbraio e di non irrigare mantenendo una produttività paragonabile al mais irriguo. Altre tecniche innovative sono l’irrigazione a goccia e fertirrigazione su colture estensive e la distribuzione di micorrize, che fungono anche da adsorbitori di metalli pesanti e batteri rizosferici, sempre in fertirrigazione localizzata a goccia ».
L’aspetto “ambientale” di queste tecniche rappresenta la vera marcia in più perché «quando, nel 2014 entrerà in vigore la nuova Pac, verrà proprio remunerata la multifunzionalità delle colture, cioè la capacità delle piante di funzionare da fitodepuratori dell’ambiente, di assorbire CO2 dell’aria e di biofiltrare il suolo».
LA RICERCA CHE VERRÀ
Benefici questi che ricadono su tutta la filiera, e soprattutto sulla società, restituendo così quanto è stato dato al settore con gli incentivi, il cui vero compito è quello «di innescare un percorso virtuoso che determini una riduzione dei costi di produzione, grazie all’innovazione tecnologica che renderà competitivo fare energia rinnovabile» ha sottolineato Fabrizio Adani dell’Università di Milano. «La ricerca del futuro – sempre secondo Adani – si incentrerà su alcuni punti fondamentali: 1) la verifica dell’efficienza del processo metanigeno per arrivare almeno all’85% del biogas misurabile; 2) l’utilizzo del calore; 3) le nuove colture dedicate tra cui l’Arundo donax che produce 30-40 t/ha per 15 anni. In prove da noi condotte con irrigazione e senza abbiamo riscontrato una buona produttività di biogas (vedi figura); 4) l’impiego del digestato: come Università abbiamo presentato recentemente una proposta, insieme a Regione Lombardia, già firmata in Conferenza Stato Regioni e oggi ferma al ministero dell’Ambiente, che suggerisce di utilizzare il digestato anche in zone vulnerabili indicando un’efficienza al 90%, con un risparmio in fertilizzanti fino a 350 €/ha; 5) l’impiego di sottoprodotti e rifiuti».
Sull’impiego dei sottoprodotti stiamo oggi assistendo ad una sorta di schizofrenia legislativa: «se da una parte infatti si esalta l’uso dei sottoprodotti e degli effluenti zootecnici – ha detto Donato Rotundo, responsabile Area ambiente di Confagricoltura – dall’altra lo si ridimensiona. Il decreto “rinnovabili” (Dlgs. 28/11) favorisce l’impiego dei sottoprodotti inserendo per la prima volta tra le biomasse gli sfalci e le potature provenienti dal verde pubblico e privato, e prevedendo incentivi che premiano l’uso efficiente di rifiuti e sottoprodotti, di biogas da reflui zootecnici o da sottoprodotti delle attività agricole, agroalimentari, agroindustriali, di allevamento e forestali. Al contrario sia il Testo Unico ambientale (Dlgs. 152/06) che il Regolamento Ce 1069/09 sui sottoprodotti di origine animale, presentano problemi interpretativi e applicativi che rischiano di far ripiombare nell’ambito dei rifiuti le materie prime per produrre biogas. In particolare il suddetto regolamento 1069/09, in corso di attuazione, avrebbe dovuto entrare in vigore il 4 marzo scorso ma il ministero della Salute ha posticipato tale data al 30 settembre proprio perché ci si è resi conto che farebbe rientrare nella normativa sui rifiuti le materie fecali usate per produrre biogas. Fino ad oggi il Reg. Ce 1774/2002 escludeva gli impianti a biogas che impiegavano solo stallatico; con la nuova direttiva bisognerebbe estendere anche agli impianti a biogas tutto quanta riguarda i rifiuti (registrazione, riconoscimento degli impianti ecc.). Stiamo discutendo per cercare di evitare che questo avvenga con una proposta del Mipaaf e, ad oggi, siamo abbastanza ottimisti» ha concluso Rotundo.
FA BENE ALL’AMBIENTE
«E speriamo che sia così» – ha aggiunto Viller Boicelli, direttore del Cib (Consorzio italiano biogas e gassificazione), dal momento che – «l’Italia produce annualmente circa 200 milioni di tonnellate di substrati organici di diversa natura e qualità che potrebbero essere usati in processi di digestione anaerobica per la produzione di energia elettrica e termica. Una risorsa da valorizzare anche con bonus specifici e differenziati per taglia, materie prime, miglior utilizzo del suolo agricolo, efficienza ambientale della filiera, bilancio emissioni di CO2». «Non dimentichiamo – ha proseguito Boicelli – che il biogas stimola ad un utilizzo più efficiente della superficie coltivata, che in gran parte è o può essere investita con doppio raccolto e che grazie alla ricerca e allo sviluppo tecnologico sarà possibile un’ulteriore miglioramento nella gestione biologica e agronomica».
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