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17 febbraio 2011

PATATA: Quella da conservazione è trainata dall’industria

PATATA: Quella da conservazione è trainata dall’industria

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attivita agricole, commercio, filiere agricole, mercato agricolo, ortofrutta, prezzi prodotti agricoli




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La produzione di patate da conservazione per i principali paesi dell’Europa occidentale (Ue-15) sembra ormai oscillare intorno ai 45 milioni di tonnellate, con superfici nel complesso stabili malgrado le variazioni stagionali, ad eccezione del Belgio e, in misura minore, dei Paesi Bassi, le cui superfici si sono sensibilmente sviluppate in questi ultimi anni per alimentare il fiorente mercato dell’industria.
Le ultime cifre riportate dalla Fiwap (Filière wallonne de la pomme de terre, associazione belga per la promozione della patata) confermano un ulteriore aumento in Belgio: +9% nel 2010 rispetto al 2009, per un totale di 80.717 ha per tutte le varietà (primaticce, da conservazione, piantine (fonte: Ins, Istituto nazionale di statistica) di cui quasi la metà sono ancora delle Bintje (42.142 ha) e le altre sono principalmente (27%) varietà destinate all’industria (Innovator, Fontane, Astérix, Lady Roseta, Ramos). Le superfici sarebbero leggermente aumentate anche nei Paesi Bassi raggiungendo, in questa campagna, 73mila ha, cioè un +3,5% rispetto al 2009.
Per converso, sono invece piuttosto stabili in Francia (106.100 ha) mentre, sempre rispetto al 2009, sono diminuite di circa il 3% in Germania (166.600 ha) e nel Regno Unito (111.264 ha), stando ai dati del Nepg (Northwestern european potato growers, organizzazione dei paesi produttori di patate dell’Europa nord-occidentale). Le superfici diminuiscono ugualmente in Spagna (77mila ha) cioè -8% e in Italia (61mila ha, -14%), secondo le stime dell’Ami. Per quanto riguarda la produzione, questa oscillerebbe intorno ai 15 milioni di tonnellate nei “nuovi” stati membri dell’Europa dell’Est. Le superfici sarebbero un po’ diminuite nel principale paese produttore, la Polonia, stabilizzandosi a 490mila ha (-3,5%).

 

IL RUOLO STRATEGICO DELLA FRANCIA
La filiera comunque non manca di dinamismo, sia che riguardi il prodotto fresco o i prodotti “finiti”: i flussi di patate da conservazione sono infatti significativi e in questi ultimi anni non hanno cessato di crescere, tanto sul mercato europeo che verso paesi più lontani. Le esportazioni dei 27 Paesi dell’Europa sono così passate da 4,9 Mt nel 2000-2001 a 5,47 Mt nel 2009-2010, cioè una crescita di +12% in 10 anni, con un aumento del 10% all’interno della Comunità (4,87 Mt) e del 28% al di fuori dei confini europei (607mila t).
Questo sviluppo è, nello stesso tempo, ascrivibile a una crescita regolare della domanda di spesa dei Paesi dell’Europa del Sud (725.800 t importate in Spagna nel 2009-2010, cioè +42% in 10 anni, e 458mila t in Italia, vale a dire +33%) e ai crescenti bisogni dell’industria che hanno trascinato un aumento della domanda dei Paesi dell’Europa del Nord, soprattutto del Belgio (662.800 t, +9%) e della Germania (361mila t, +23%), mentre le quantità sono rimaste relativamente stabili ma restano importanti verso i Paesi Bassi (1,09 Mt nel 2009-2010).
L’elemento essenziale di questa progressione è tuttavia legato al dinamismo della filiera francese, che grazie alla diversificazione, alla sua abilità e i suoi partner ha saputo raddoppiare nel giro di 10 anni le esportazioni, passando da 1 Mt nel 2000-2001 a un livello record di più di 2 Mt nel 2009-2010. Questo consistente aumento si spiega soprattutto con la segmentazione culinaria dell’offerta negli anni ottanta, ad esempio con le varietà a polpa soda, con una migliore conoscenza delle esigenze dei Paesi importatori e con lo sviluppo di una produzione diversificata e adattata alle diverse zone di produzione.
Inoltre, la Francia beneficia ormai presso i partner di un’immagine qualitativamente molto positiva, dovuta, secondo François-Xavier Broutin, dirigente incaricato presso l’Unpt (Union nationale des producteurs de pommes de terre, Unione nazionale produttori di patate), «alla conoscenza che i produttori hanno di questo settore ma anche al rigore necessario all’interno della filiera per assicurarsi questo o quell’altro lotto a seconda del calibro o del tasso di materia secca, e che sia il più adatto a ciascun segmento del mercato».
La gamma francese è ormai molto ampia: in testa troviamo varietà come Agata (20,6% del prodotto distribuito in Francia), Charlotte (13,6%), Cherie (9,2%), Franceline (9,1%), Ratte (4,2%), Caesar (3,9%, Nicola (3,9%), Annabelle (3,4%), Amandine (3,1%) e Monalisa (2,8%).

 

MA IL CONSUMO DEL PRODOTTO FRESCO SI RIDUCE
Il consumo di patate fresche, che in passato era quello prevalente, si va però riducendo in numerosi paesi. Per ben che vada, sui mercati dell’Europa occidentale è stabile, o addirittura tende a regredire in un contesto di lotta all’obesità e soprattutto in conseguenza del fatto che il consumatore e la ristorazione preferiscono il prodotto lavorato, sia a base di patate (patatine, patate fritte, ecc.) che di altri farinacei (pasta, riso o frumento), perché più facili da preparare. È così che in Belgio, ad esempio, il consumo sarebbe passato dai 146 kg pro capite del 1955 ai 90-95 kg pro capite del 1990, fino ai 75 kg del 2007 (fonte: Eurostat).
Ugualmente, anche se in Francia dall’inizio della campagna si registra un modesto incremento, +3,5% secondo i dati Kantar Worldpanel per il Cnipt (Comité National interprofessionnel de la pomme de terre, Comitato nazionale interprofessionale della patata), il consumo avrebbe subìto una contrazione, andando dai 75 kg pro capite del 1980 ai 65 kg del 2007. In Germania si è passati dai 95 ai 69 kg. Tale contrazione riguarda anche i paesi del sud (da 112 a 73 kg pro capite/ anno in Spagna), mentre in Italia la situazione è ferma intorno ai 40 kg.
Anche nei Paesi dell’Est la tendenza è verso il basso, e in Polonia si è passati da 150 a 122 kg pro capite/anno. Per questo diverse organizzazioni professionali si stanno attivando per cercare di fermare il trend: Regno Unito (Potato Council), Francia (Cnipt) e il Belgio (Vlam nelle Fiandre e Apaq-w in Vallonia) hanno presentato un programma di comunicazione e di informazione, cofinanziato dalla Comunità europea, per difendere il posto delle patate fresche sulla tavola dei consumatori rispetto alla pasta e al riso. «L’obiettivo è mostrare ai consumatori di Francia, Belgio e Regno Unito che hanno dai 25 ai 40 anni che le patate fresche rientrano a buon diritto nella cucina e negli attuali e moderni stili di vita, e modificare l’immagine un po’ demodé della patata presentandola invece come un ingrediente fresco, ricco di spunti creativi, capace di sorprendere sempre e perfettamente adatto alla cucina di oggi, e convincere il target che le patate sono un alimento che piace, facile e pratico da preparare e che fa bene alla salute», spiega Carole Blandin, responsabile comunicazione del Cnipt.

 

SPECIALMENTE IN BELGIO LE PREFERISCONO FRITTE
La contrazione dei consumi del fresco viene però compensata dall’aumento dei volumi del prodotto trasformato, che risponde così alla crescente richiesta dell’industria del fast food, degli snack e degli alimenti pronti. Questo rapido sviluppo si spiega essenzialmente con la crescita della popolazione urbana, con l’aumento di coloro che tornano a casa dopo una giornata di lavoro e con la diversificazione delle abitudini alimentari e dei ritmi di vita, che oggi lasciano ben poco tempo da dedicare alla preparazione dei prodotti freschi.
Tuttavia, mentre questa tendenza all’aumento del consumo dei prodotti trasformati nei Paesi Bassi e in Germania è stata abbastanza graduale, in Belgio il settore negli ultimi anni ha conosciuto un vero e proprio boom, come ci fa notare Pierre Lebrun, coordinatore della Fiwap: «In Belgio la trasformazione industriale di patate ogni anno conosce una crescita che va dal 5 all’8%, come minimo. Il volume lavorato quest’anno si appresta a superare il tetto di 3 Mt contro le 550mila t del 1990, il che significa una moltiplicazione di 6 volte tanto nel giro di 20 anni, che potrebbe nel medio termine superare la Germania (che va da 3,1 a 3,2 Mt) e i Paesi Bassi (da 3,3 a 3,4 Mt)».
La spiegazione di tanto successo risiede, secondo Lebrun, nella flessibilità del tessuto economico, con imprese familiari che conoscono bene la materia prima, la patata, e sono in grado di prendere in tempi rapidi le decisioni economiche necessarie. Esse hanno così saputo adattarsi in modo costante alle richieste dei loro clienti, senza però dover sottostare alle riduzioni di budget e di risorse promozionali delle grandi multinazionali, come quelle dei Paesi Bassi, ad esempio. I costi vengono controllati anche grazie alla consistente presenza della varietà Bintje, libera da diritti, al contrario delle nuove varietà, che sono vincolate da licenza. La proporzione limitata dei contratti (solamente dal 30 al 40% per la produzione belga) ha permesso a queste imprese di rifornirsi in certi anni a prezzi vantaggiosi, potendo così essere competitive rispetto ai giganti del settore.

 

CONCORRENZA ESASPERATA NEI PERIODI DI CRISI
Tutti questi parametri concorrono perciò alle tensioni che percorrono attualmente il mercato della patata, in un contesto di forte deficit della produzione, specialmente nell’Europa dell’Est. La produzione europea è stata infatti colpita pesantemente da condizioni climatiche avverse (primavera umida e fredda, estate molto secca e forti piogge a inizio autunno) che hanno sensibilmente ridotto le rese (dal 4 al 10% in meno) penalizzando anche il calibro e il tasso di materia secca di tutti i grandi Paesi produttori, specialmente per quel che riguarda le varietà di inizio stagione. La produzione dei cinque grandi player dell’Europa occidentale avrebbe perciò subito, stando alle stime Nepg, una contrazione del 4,4%, attestandosi sulle 23,8 Mt. Secondo l’Ami, la produzione nell’Europa a 15 sarebbe inferiore del 9% rispetto al 2009 (41,3 Mt) e del 10% nell’Europa a 27 (56,3 Mt).
Ma il deficit è stato particolarmente accentuato nell’Europa dell’Est, con una produzione ridotta del 20-30% nella maggioranza dei Paesi. In Russia non si sarebbero superate le 22 Mt, cioè -24% rispetto al 2009, proporzione che sulla scala di questo paese corrisponde praticamente a 10 Mt. In questi Paesi le importazioni sono perciò iniziate prima e sono rimaste sostenute fino alla fine, trascinando un forte aumento dei prezzi sia sul mercato del fresco (mercato interno ed export) che nell’industria, che ha dovuto allinearsi ai prezzi delle esportazioni verso l’Est per mantenere l’approvvigionamento.

 

MOLTE INCERTEZZE SULLA CAMPAGNA 2011
L’inizio del 2011 sembra essere un po’ più tranquillo, ma i prezzi restano fermi e paiono destinati ad aumentare: infatti, anche se la Russia al momento si sta in parte rivolgendo ad altre fonti di approvvigionamento, come il Pakistan o i Paesi del bacino del Mediterraneo, questi quantitativi non saranno di conseguenza disponibili per il mercato europeo, senza contare il fatto che la produzione sarà oltretutto deficitaria, viste le pessime condizioni climatiche dell’inverno.
I mercati a termine, inoltre, erano orientati verso l’alto mentre gli stock, nella maggior parte dei Paesi, erano inferiori a quelli della stessa data dell’anno prima, per non parlare di quelli degli anni precedenti ancora. Il mercato potrebbe contrarsi ulteriormente a fine campagna, a seconda della precocità e del livello di produzione delle primizie europee. In Andalusia le semine si sono potute effettuare, ma i primi tuberi non saranno pronti alla raccolta prima di maggio, con superfici ridotte del 10-15% rispetto al 2009.

 

*Infofruit
Traduzione di Maria Schiavoni 



CÉCILIA CELEYRETTE*




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