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Pac, l’Italia studia la controriforma
Il ministro Romano chiama a raccolta la filiera l’11 e 12 novembre per una proposta alternativa
Sulla Pac si vince o si perde tutti insieme». Il ministro delle Politiche agricole, Saverio Romano, si prepara ad affrontare la sfida più difficile, quella di scrivere una controriforma da spedire a Bruxelles, chiamando a raccolta l’intero mondo agricolo. L’appuntamento è fissato a Cremona per l’11 e il 12 novembre con l’obiettivo di mettere a punto una politica agricola nazionale che rappresenti anche «un’alternativa chiara a un progetto europeo senz’anima che allontana gli agricoltori dai campi». Una convocazione degli stati generali dell’agroalimentare chiamati a discutere sul tema «Un paese, un’agricoltura» che dovrà fare sintesi delle diverse esigenze e delle mille sfaccettature che fino a oggi invece di unire hanno diviso i diversi attori della filiera.
«Questa riforma non ci piace – ha spiegato Romano – perché l’unica chiave di riparto considerata, ossia quella della superficie, rappresenta in definitiva un disincentivo alla produzione».
Anche dal «greening» arriva un pericolo reale per le aziende agricole italiane. Fatte le prime proiezioni Romano ha anticipato che «tra muretti, siepi e rotazioni colturali un’azienda di 10 ettari finisce fuori mercato». In altre parole chiude. Diventa secondario, pertanto, come ha spiegato anche il presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, parlare «soltanto dell’entità del budget e, dunque, dei tagli: è in gioco il modello di agricoltura del futuro, dunque è di estrema importanza valutare con attenzione le modalità di spesa».
Una prima proposta il ministro delle Politiche agricole l’ha già avanzata a Cremona, nell’ambito degli stati generali del latte (si veda la filiera zootecnia alle pagg. 13-20): spostare l’intero capitolo del greening dal primo al secondo pilastro. «Non è in discussione il rispetto dell’ambiente – ha spiegato – quanto le regole sulla cui applicazione sarebbe opportuno lasciare mano libera ai singoli Stati membri». Insomma, «gli agricoltori non vanno calpestati e la produzione deve essere incentivata », secondo il ministro anche perché «l’agricoltura è l’unico comparto in grado di muovere il Pil italiano ». In questa direzione il ministro ha lanciato l’idea di creare un «retail italiano» in grado di seguire l’esempio della grande distribuzione francese. «Mi dicono che i formaggi e il vino italiano abbiano superato i concorrenti francesi – ha sottolineato Romano –. Avremo vinto davvero quando raggiungeremo e supereremo nei risultati la diplomazia economica di Parigi».
Il prossimo 18 novembre, poi, è in programma l’atteso incontro bilaterale con Ciolos: «In quella circostanza proseguiremo un negoziato difficile – ha aggiunto Romano –, mossi dalla convinzione di poter migliorare la Pac sia sul primo che sul secondo pilastro».
Anche se lastricata di buone intenzioni la strada verso una politica nazionale «unica » appare tutt’altro che in discesa. Dal palco di Cremona il presidente di Confagricoltura ha già detto che lavorerà per una proposta unitaria ma non firmerà «nessuna piattaforma orientata verso una “nano-dimensione” delle aziende agricole.
L’agricoltura ha bisogno di aggregazione e di vendere il made in Italy attraverso la grande distribuzione e non sotto la porta di casa». C’è poi da tener presente la richiesta di Fedagri-Confcooperative di inserire nella riforma «strumenti adeguati per aggregare l’offerta». Per il presidente, Maurizio Gardini, occorre dare incentivi a chi detiene realmente in prodotto: «Le coop – ha detto – rappresentano già il 50% del latte e del vino e il 30% della frutta. Diciamo no alle Op di carta».
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