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«Niente riforma Pac senza l’Italia»
Prima uscita pubblica del nuovo ministro, Mario Catania, insieme al commissario Ue Dacian Ciolos
UN TECNICO AL MIPAAF Mario Catania (a destra nella foto con il commissario Ue, Dacian Ciolos) è il quarto ministro della legislatura. Fino a ieri capo dipartimento delle politiche europee e internazionali, è stato il più giovane dirigente del ministero. Dal 1997 al 2005 ha guidato la delegazione italiana a Bruxelles, mantenendo il ruolo di portavoce anche dopo il rientro da direttore generale a Roma
Un battesimo di fuoco per il nuovo ministro delle Politiche agricole, Mario Catania, che ancora prima che la Camera dei deputati votasse la fiducia (a larga maggioranza) al Governo Monti, si è incontrato con il commissario europeo, Dacian Ciolos, la cui visita a Roma era programmata da tempo. Ai giornalisti in conferenza stampa Catania ha chiarito subito la linea dell’Italia a Bruxelles: «Al commissario ho espresso tutte le nostre preoccupazioni sulle proposte di riforma della Pac. Sono molti gli aspetti sui quali non siamo del tutto convinti. L’Italia – ha sottolineato Catania – non può sostenere questa riforma. Ma l’incontro è stato molto positivo e costruttivo, e la Commissione ci ha espresso chiaramente la volontà di trovare delle soluzioni soddisfacenti». I nodi però sono molti e ben noti, a partire dai criteri di ripartizione delle risorse basati esclusivamente sulla superficie agricola e giudicati penalizzanti dall’Italia, fino al «greening», il pacchetto di regole ambientali che impongono la diversificazione produttiva e la destinazione del 7% delle superfici aziendali a opere ambientali improduttive.
Ma il nuovo rapporto bilaterale con l’esecutivo europeo sembra essere partito sotto buoni auspici, visto che il commissario ha voluto esprimere subito un apprezzamento particolarmente caloroso alla scelta del nuovo ministro italiano: «Conosco bene Mario Catania, è un ottimo partner nei negoziati europei da molti anni. sono sicuro che è stata la scelta migliore che l’Italia potesse fare». Anche se nel merito della riforma Ciolos si è guardato bene dallo sbilanciarsi («il dibattito è aperto e mi rendo conto che gli agricoltori italiani devono ancora riconoscersi e trovare un ruolo all’interno della nuova Politica agricola»), ha comunque riconosciuto che è «impossibile pensare a una riforma senza il consenso dell’Italia ». Così come è impossibile, secondo il neoministro Catania, «pensare di arrivare a un punto di rottura con la Commissione, non voglio nemmeno prendere in considerazione quest’ipotesi. Ci sono ancora i margini per migliorare la riforma». La direzione per farlo è indicata dal documento unitario delle associazioni agricole e sindacali italiane che il ministro ha consegnato a Ciolos. Che dopo la bocciatura pressoché unanime del «greening » da parte dei ministri europei ha voluto spendersi per difendere la nuova matrice ambientalista della Pac: «si tratta di misure che valorizzano l’impegno degli agricoltori a favore dell’ambiente, e questo è fondamentale per il futuro dei pagamenti diretti. Inoltre, sono tre misure molto semplici proprio perché sono uguali per tutta l’Unione. Diversificare la produzione – ha sottolineato il commissario all’Agricoltura – significa evitare le monocolture annuali e tutelare la qualità dei suoli. La regola che impone di destinare il 7% delle superfici aziendali a opere ambientali inoltre credo si adatti bene a molte realtà dell’agricoltura italiana, come le colture permanenti».
Sul futuro budget agricolo Ciolos ha sfoggiato un onesto realismo: «Abbiamo mantenuto un sistema centrato sugli aiuti diretti, a dispetto delle ipotesi più dirompenti circolate a più riprese di una loro soppressione, con l’obiettivo di legittimarli a lungo termine». Ecco, senza mediazioni, la vera spiegazione del «greening ».
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