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14 novembre 2011

De Castro: l’era della nuova scarsità

Produciamo meno, consumeremo di più. Il punto nel nuovo libro del “professore”

De Castro: l’era della nuova scarsità

TAG:
clima, innovazione, mercato agricolo, politica agricola, terreni agricoli




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La sicurezza alimentare torna nel lessico dei policy maker europei e statunitensi. Al meeting 2011 dei ministri agricoli del G20, al G8 all’Aquila, nei rapporti Fao.

Politici, ma non filantropi. È in discussione la capacità di sfamare il pianeta a fronte di un’imponente crescita della domanda di cibo, ma cosa (ri)accende i riflettori sulla fame nel mondo dopo anni di disattenzione?

Forse le impennate dei prezzi agricoli che mettono a rischio l’approvvigionamento delle industrie alimentari.

Forse la speranza di innescare una nuova rivoluzione verde (questa volta sostenibile) per invertire l’attuale trend della produttività lenta (nel crescere) e della ricerca altrettanto fiacca.

Forse il fatto che le turbolenze dei prezzi agricoli (due impennate per tutte: i cereali nel 2007-2008 e nel 2010-2011) vanno a scombussolare gli equilibri geopolitici, vedi le proteste del pane in Africa.

Ultimo, e apparentemente più importante, forse la crescita demografica: 9 miliardi di persone da sfamare nel 2050 secondo la Fao.

Scenario complicato. Lo racconta e lo approfondisce nelle sue molteplici pieghe il libro appena uscito di Paolo De Castro (v. box), presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo.

Presidente, il libro annuncia l’era della scarsità. Il contagio tocca anche i paesi sviluppati. Cosa succede?

È finita l’era del cibo abbondante a basso costo. Cresceranno i prezzi in modo rilevante nei prossimi anni per effetto del divario fra offerta e domanda alimentare. Mangeranno di più i paese emergenti, soprattutto Brasile, Cina e India e grazie alla maggiore capacità di spesa le diete diventeranno più ricche e complesse.

Quali prodotti verranno sostituiti?

Riso e farine con alimenti a maggior contenuto proteico (carne, latte e derivati) e con trasformati a maggior valore aggiunto. In Cina, nei prossimi quarant’anni la domanda di carne è destinata ad aumentare del 50% e i prodotti lattiero-caseari del 70% rispetto agli attuali livelli. Con un effetto moltiplicatore sulla domanda di materie prime, ad esempio soia e grano.

Con quali effetti?

Per rispondere alla futura richiesta di cibo occorre aumentare la produzione agricola del 70% di qui al 2050 secondo la Fao. E portare la produzione annua di cereali a 3 miliardi di t (un terzo più di oggi); quella di soia del 140% e la carne a 470 milioni di t (200 in più). Ma se teniamo questi ritmi di produttività, in realtà aumenterà l’area dell’insicurezza alimentare.

Torniamo così a obiettivi da primo dopoguerra: sfamare. Con qualche variabile in più, i biocarburanti ad esempio. Che ne pensa?

Tra nutrire un uomo o il serbatoio di un auto, i dubbi sono pochi.

Nel libro dice di più?

Senza incentivi i biocarburanti non sono ancora competitivi, nemmeno a prezzi del petrolio molto elevati con la sola eccezione, forse, del bioetanolo brasiliano.

Ma guardiamo ai dati. I produttori di biofuel sono molto concentrati: gli Usa sono leader sul bioetanolo (43miliardi di litri davanti al Brasile, 26 mld) e l’Ue nel biodiesel (9,2 mld di l seguiti dagli Usa con 1,7). Nei prossimi dieci anni la materie prime utilizzate saranno ancora colture agricole ad hoc e le superfici dedicate potrebbero salire dai 20-22 milioni di ettari degli ultimi anni a 35 nel 2020.

Qual è il problema?

Ad esempio l’efficienza dei biofuel. Le rese e quindi l’impatto sulle superfici coinvolte non sono trascurabili. Nell’Ue, ad esempio, si producono soprattutto biocarburanti a bassa resa (bioetanolo da cereali e biodiesel da colza) ed è già previsto di importare bioetanolo e biodiesel per raggiungere gli obiettivi di miscelazione.

I biocarburanti sono giustificati come bene pubblico (sicurezza energetica, lotta al cambiamento climatico)...

Ma si può convenire su un principio di buon senso: fare in modo che gli incentivi siano più efficienti premiando la resa energetica delle materie prime e introducendo misure di riduzione e/o contingentamento dei sussidi da attivare durante le emergenze.

C’è stato o no l’impatto del boom dei biofuel sull’incremento dei prezzi agricoli?

Gli incentivi stanno influenzando il mercato alimentare su due fronti: il cambio di destinazione d’uso del suolo (dalla produzione di cibo a quella di energia) e la sottrazione di derrate alimentari allo scambio sui mercati. Non è chiaro se hanno impattato sui prezzi; di certo rappresentano una domanda aggiuntiva su un mercato già carente di commodity strategiche come zucchero e cereali.

Su quali alternative potremmo scommettere?

La ricerca sui biocarburanti di seconda generazione potrebbe consentire a breve di utilizzare la biomassa cellulosica come base produttiva. È il materiale più abbondante e non occorre un solo ettaro per “produrlo”: paglia di cereali, legno dalla manutenzione dei boschi, polpe di bietole, gusci di frutta secca, componenti organiche dei rifiuti urbani.

Un esempio di come ricerca e innovazione siano di importanza fondamentale per coniugare sostenibilità economica e ambientale.

Ricerca che langue tuttavia.

Occorre invertire il trend di questi ultimi anni. Far sì che la ricerca agricola diventi una priorità in tutti i paesi del mondo con una visione di lungo termine. E occorre favorire anche gli investimenti privati.

Anche gli ogm?

Le biotecnologie dovranno essere al servizio di tutti e coerenti con i bisogni della società. Altrettanto importante sarà il ruolo giocato dall’informazione: non possiamo ridurre decenni di progresso scientico in un dibattito radicalizzato sempre sul sì o sul no.

Ultimo, ma più importante: le politiche commerciali e la gestione del rischio.

Per le prime si può pensare a una gestione del tutto nuova delle riserve, ad esempio la realizzazione di un sistema internazionale di scorte di emergenza su base macroterritoriale.

Per quanto riguarda i rischi, occorre ancora un significativo intervento della mano pubblica con incentivi per aumentare le rese (ma in modo meno impattante) e, dall’altra, le assicurazioni.



Beatrice Toni
Redazione Riviste Edagricole




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